Profughi in classe a Paese. La conoscenza fa paura al potere In evidenza

Di sgradevole nella vicenda di Paese c’è l’indebita ingerenza dell’amministrazione comunale nella programmazione della scuola: un atto che lede l’autonomia scolastica. Che un sindaco possa mettere becco su un ciclo di incontri - peraltro già approvato dagli organi deputati - e scomunicare un dirigente scolastico è inaudito. Ora ci si mette anche l’ineffabile assessore regionale Elena Donazzan che minaccia di inviare gli ispettori. Un déjà vu. Ma per accertare cosa? Nulla di nuovo nella provincia dove alcuni sindaci sfilano per non accogliere i profughi e si girano dall’altra parte come se il fenomeno non li riguardasse; dove una persona come il prof. Antonio Silvio Calò viene contestata durante un dibattito per aver accolto nella casa, in maniera cristiana e alla luce del sole, sei richiedenti asilo; dove molti sono prigionieri dei loro steccati mentali e materiali, del tutto identici alle frontiere che alcuni paesi europei (europei solo dal punto di vista geografico) stanno alzando.


Il dubbio che mi viene è che non ci sia solo la paura del diverso, ma soprattutto il terrore che gli studenti possano conoscere, sapere, porsi delle domande, ragionare con la propria testa. “L'ignoranza – scrisse Emil Cioran – è una condizione perfetta. Ed è comprensibile che chi ne gode non voglia uscirne”. Ma posto che ad alcuni piace possedere i libri solo per far ammirare i dorsi delle copertine, non c’è alcuna ragione per condannare alla “non conoscenza” anche il resto della società.
I docenti e gli studenti di Paese sono una spanna sopra. Ho potuto verificarlo di persona alcune settimane fa per un’iniziativa organizzata sulla Grande Guerra. Un evento dal quale l’amministrazione si è tenuta a distanza di sicurezza. E adesso ho capito perché. Ebbene, raramente ho incontrato ragazzi di terza media così preparati, curiosi, critici. Domande intelligenti che non senti neanche in quinta superiore. Studenti che già interpretano in pieno il motto “stay hungry, stay foolish”. Affamati e folli. Grazie ovviamente a una delle poche scuole italiane 2.0, a professori e genitori di un’altra categoria che aprono il loro Istituto al mondo e alla sua complessità e non lo confinano dentro le mura di una gretta ignavia. Una scuola così dinamica e innovativa nei contenuti e nei saperi non può che spaventare.
Un ciclo sulle migrazioni e i profughi non serve per far sentire le “diverse campane” della politica, ma per conoscere. La testimonianza di un paio di profughi, di persone che sono scappate dalla guerra, non può ammettere alcun contraddittorio. Se dei disperati hanno rischiato la vita mettendosi su un barcone, vuole dire che la loro paura di attraversare il mare è inferiore all’orrore che hanno lasciato dall’altra parte. Negli incontri si potrebbero scoprire tante cose spiacevoli. Che il Libano, esteso la metà del Veneto, ospita in condizioni disumane lo stesso numero di profughi presenti ora in Europa, in un rapporto di uno ogni due abitanti. Che nel 2016, dei 138.000 profughi arrivati via mare, ben 128.000 sono passati per la Grecia e solo 9.000 per l’Italia. Che il 46% provengono dalla Siria, il 25% dall’Afghanistan, il 16% dall’Iraq; da paesi dove negli ultimi quindici anni non abbiamo esportato nemmeno pace, figuriamoci la democrazia. Che se l’Onu ha affidato il ruolo di mediatore per la Siria allo stesso diplomatico che ha complicato il caso dei due marò, quel paese è destinato a continuare la guerra all’infinito. Qualche studente a questo punto potrebbe alzarsi e gridare: “il re è nudo”. Potrebbe osservare che se noi continuiamo a mandare armi ai paesi in guerra e a finanziare quelli che poi alimentano la spirale del terrorismo, il minimo che ci può capitare è un flusso inarrestabile di migranti; che possiamo “aiutare a casa loro” solo affamando la bestia e fermando la guerra.

Daniele Ceschin


“la Tribuna”, 8 marzo 2016

Ultima modifica ilSabato, 29 Ottobre 2016 14:40
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